domenica 11 aprile 2021

La ricerca

Il senso comune tende a farsi un’idea semplificata della ricerca scientifica. L’opinione comune tende a credere che l’attività di ricerca consista in una “raccolta” di informazioni che la realtà elargisce spontaneamente.

A questa concezione il senso comune ne accosta un’altra: raccogliere i dati che si offrono alla nostra osservazione ne consegue che ognuno si sente autorizzato a essere competente in merito.A questa concezione il senso comune ne accosta un’altra: raccogliere i dati che si offrono alla nostra osservazione ne consegue che ognuno si sente autorizzato a essere competente in merito.

 

Il paradigma positivista

Nel XIX secolo il Positivismo, inaugurato da Auguste Comte (1798–17857), filosofo francese e padre della sociologia. Teorizzò un’idea del metodo scientifico molto semplice: lo scienziato sottopone a osservazione il fenomeno e individua tra essi le relazioni costanti e infine formula una legge, cioè una relazione che lega tali fenomeni in modo necessario.

A fondamento del modello positivista stava la fiducia nel processo di induzione. Locke cita: La mente è come un foglio bianco su cui solo l’esperienza può scrivere dei caratteri. La concezione positivista suscitò opposizioni e perplessità in quanto affianca le scienze naturali alle scienze naturali attraverso il metodo empirico, come precisato dai filosofi Wilhelm Dilthey (1833–1911) e Wilhelm Windelband (1848–1915). 

 

La ricerca secondo l’epistemologia novecentesca

L’epistemologia è una branca della filosofia che s’interroga sulla natura e sui fondamenti del sapere scientifico. È stata nominata dalla discussione critica del modello scientifico positivista, di cui ha messo in luce i nodi critici.

La filosofia della scienza del Novecento, all’interno della quale spiccano figure come quelle di Karl Popper (1902–1994), Thomas Kuhn (1922–1996), Paul Feyerabend (1924–1994), ha messo in discussione proprio i due assunti chiave su cui il positivismo aveva costruito la sua nozione di ricerca scientifica.

In primo luogo, la debolezza del principio di induzione: dall’esperienza di casi particolari per quanto numerosi, non è possibile ricavare una conoscenza certa di carattere universale, giacché molte conferme non sono sufficienti a garantire la bontà di un’affermazione generale, mentre una sola smentita è in grado di invalidarla.

In secondo luogo, l’epistemologia novecentesca ha rifiutato l’idea che la ricerca possa iniziare dalla paura e semplice osservazione dei dati: quest’ultima, in realtà, presuppone sempre un qualche elemento teorico, che orienti l’interesse del ricercatore e guidi la sua stessa osservazione, selezionando e organizzando i dati percettivi.

Se la teoria guida l’osservazione dei fatti, dall’altra i fatti osservati producono effetti importanti sulla teoria stessa, costringendo spesso il ricercatore a modificarla per adeguarla alle nuove scoperte.

 

 



martedì 2 marzo 2021

Conflittualità sociale

Povertà – ISTAT
La soglia di povertà assoluta rappresenta il valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza.
Una famiglia è assolutamente povera se sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a tale valore monetario.
Si fa presente che:
  • la numerosità familiare non può superare i 12 componenti;
  • i “Grandi comuni” includono anche i comuni della periferia dell’area metropolitana;
  • i dati sono disponibili a partire dall’anno 2005.
 
Mobilità sociale

Mobilità sociale, movimento di individui, famiglie o gruppi attraverso un sistema di gerarchia sociale o stratificazione. Se tale mobilità comporta un cambiamento di posizione, soprattutto nell'occupazione, ma nessun cambiamento nella classe sociale, si chiama "mobilità orizzontale." Un esempio potrebbe essere una persona che passa da una posizione manageriale in una società ad una posizione simile in un altro. Se, tuttavia, il movimento comporta un cambiamento nella classe sociale, è chiamato "mobilità verticale" e comporta "mobilità verso l'alto" o "mobilità verso il basso." Un operaio industriale che diventa un ricco uomo d'affari si muove verso l'alto nel sistema di classe; un aristocratico terriero che perde tutto in una rivoluzione si muove verso il basso nel sistema.

 
Bauman – Devianza e mercato del consumismo
Zygmunt Bauman in "La società dell'incertezza" (1999) ha rilevato l'evidente aumento della figura del consumatore nella società post-industriale, riconoscendo una chiara connessione tra il consumismo e le incertezze che questo nuovo tipo di società ha portato.
Tracciando un parallelo tra società "moderna" e società "postmoderna", Bauman ha osservato che il progresso tecnologico ha reso il lavoro di massa sempre più inutile in relazione al volume di produzione. Questo portò indubbiamente allo sviluppo di lavori "effimeri" (o "provvisori"), a scapito di lavori fissi, a tempo pieno, rigidamente temporizzati, in gran parte maschili e solidamente impiantati.
Il "regime di regolamentazione", di cui la fabbrica e l'esercito erano i principali strumenti e modelli istituzionali, aveva sostituito la moderna paura dell'incertezza con la paura di deviare dalle regole, e delle conseguenti sanzioni, che nasce dalla paura di essere diversi e quindi isolati. Così i comportamenti degli individui sono stati resi uniformi dalle pressioni esercitate da forze esterne, e l'elemento di volontarietà è stato espresso con il desiderio di conformarsi.
D'altra parte, con la deregolamentazione postmoderna, l'identità individuale rimane mal definita, fluttuante e "destrutturata", poiché i meccanismi di "ristrutturazione" perdono la loro funzione normativa o semplicemente non esistono più.
La riproduzione delle condizioni della vita sociale è quindi privatizzata e, invece di provocare un rapido adattamento delle politiche amministrative, "la paura della mancanza di certezza costringe gli individui ad uno sforzo frenetico di auto-affermazione e di auto-formazione".

lunedì 1 marzo 2021

Industria culturale – domande

Quando e perché nasce l’industria culturale?

  • L’industria culturale" è nata al culmine della civilizzazione occidentale quando il modo di produzione della fabbrica, con la sua organizzazione del lavoro e del mercato diede luogo ai processi di riorganizzazione della civiltà urbana e dei suoi territori. 

 

A opera di chi prende avvio la stampa popolare?

  • La stampa popolare prende avvio a opera di Johannes Gutenberg a cavallo tra il 1300 e il 1400 con l’invenzione della stampa a caratteri mobili. 


Come nasce il fumetto?

  • Grazie all’intraprendenza di un direttore di giornali statunitense, Joseph Pulitzer, con lo scopo di incrementare le vendite del quotidiano, il 5 maggio 1895 un giovane disegnatore dell’Ohio, Richard Outcault (1863-1928) presenta per la prima volta una serie di storielle umoristiche.

 

In che modo si affacciano al mercato culturale la fotografia e il cinema?

  • I valori e le norme, in quanto elementi culturali di una società, vengono raffigurati e rappresentati visivamente dall’arte della fotografia e cinematografia. Inoltre, le immagini diverranno un vero e proprio documento oltre che storico anche ufficiale. 


 

Perché si avvertì l’esigenza di catturare la musica?

  • La musica, ritenuta capace di rivelare “l’essenza intima del mondo”. Anche nel momento in cui non si legge o non si guarda, un brano musicale “esiste” veramente solo durante la sua esecuzione. Questo tratto della musica generò forse il desiderio di riprodurla. L’esigenza di catturarla nasce come diretta conseguenza dal desiderio di riprodurla in qualsiasi momento e situazione.

La nascita dell’industria culturale

Termini del problema

Con l’espressione industria culturale indichiamo il complesso di soggetti e delle attività economiche che si occupano della produzione e della distribuzione di beni e servizi culturali.

  • Quando parliamo di “industria” abbiamo in mente il complesso delle attività produttive che trasformano le materie prime in merci di consumo.
  • Quanto al termine “cultura”, è il complesso delle esperienze intellettuali di una civiltà, depositato nelle opere letterarie, musicali, artistiche, nelle teorie scientifiche e filosofiche.

La produzione industriale è seriale e standardizzata, mentre tendiamo a rappresentarci le creazioni della cultura come uniche e originali, legate all’individualità dei loro autori.


 

Prodromi: dai manoscritti medievali alle gazzette del Settecento

Il lavoro di trascrizione eseguito dai monaci benedettini ha permesso di conservare e tramandare molte opere letterarie dell’antichità. Tuttavia, con l’invenzione della stampa si apre una nuova era: la stampa a caratteri mobili di Johannes Gutenberg (1395–1468).

I libri cominciano a essere scritti e riprodotti non solo al fine di consegnare ai posteri il sapere della tradizione, ma anche per diffondere idee e conoscenze legate ai bisogni del tempo presente. I libri nascono agli inizi del Settecento, con gli “antenati” dei moderni giornali, prodotti inizialmente di nicchia, rivolti a una élite ricca e colta.

 


 

La fotografia: un nuovo “occhio” sul mondo

Già negli anni Venti dell’Ottocento, la fotografia nasce come strumento di raffigurazione di paesaggi. Con il tempo, però, essa finisce per ritrarre anche soggetti umani. 

L’immagine fotografica diventa così il simbolo del mantenimento dei legami affettivi che uniscono le persone. È però un’immagine pubblica, di rappresentazione sociale. Le immagini diverranno a pieno titolo dei documenti.



La musica: come “catturarla”

Nella sua opera “Il mondo come volontà e rappresentazione” (1819) il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer (1788–1860) dedicò particolare attenzione alla musica, che riteneva capace di rivelare “l’essenza intima del mondo”. Anche nel momento in cui non si legge o non si guarda, un brano musicale “esiste” veramente solo durante la sua esecuzione. Questo tratto della musica generò forse il desiderio di riprodurla.

Da un punto di vista tecnico, questo divenne possibile alla fine dell’Ottocento con l’invenzione del fonografo brevettato da Thomas Edison nel 1878, ma soprattutto grazie al grammofono di Emile Berliner nel 1888.

lunedì 1 febbraio 2021

Severgnini – il sistema delle classi sociali nella società britannica

Che cosa sono la “middle class”, la “upper class” e la “working class”?


La classe media è una classe di persone nel mezzo di una gerarchia sociale. Il suo utilizzo è stato spesso vago se definito in termini di occupazione, reddito, istruzione o status sociale. La definizione da tutto l'autore è scelta spesso per le connotazioni politiche. Gli scrittori a sinistra favoriscono la classe operaia di condizione più bassa. I moderni teorici sociali, e in particolare gli economisti, hanno definito e ridefinito il termine "classe media" per servire i loro particolari fini sociali o politici.

La classe superiore nelle società moderne è la classe sociale composta da persone che detengono il più alto status sociale, di solito sono i membri più ricchi della società di classe, e detengono il più grande potere politico. Secondo questa visione, la classe superiore è generalmente caratterizzata da un'immensa ricchezza che si trasmette di generazione in generazione. Prima del XX secolo, l'enfasi era sull'aristocrazia, che enfatizzava le generazioni di status nobiliare ereditato, non solo la ricchezza recente.

 

Quale sembra essere, secondo Severgnini, la maggiore ambizione della middle class britannica?

La maggiore ambizione della middle class, secondo Severgnini, sembra essere raggiungere la classe superiore attraverso lo stipendio, la lingua, l’atteggiamento e altri elementi identitari.

 

Che cosa significa l’affermazione dell’autore secondo cui ancora oggi la popolazione inglese vive in compartimenti stagni?

L’autore si riferisce ad un sistema sociale che rende difficile la mobilità sociale. Ciò significa che gli individui sono pressoché limitati nel passare da una classe sociale all’altra.

venerdì 29 gennaio 2021

I meccanismi di esclusione sociale

Definizione problematica

La devianza si configura come la forma più acuta di conflittualità sociale. Con il termine “devianza” i sociologi indicano ogni comportamento che “devia” (cioè che si allontana) dalle norme socialmente stabilite. Il concetto di devianza, tuttavia, è più problematico di quanto la sua spiegazione sembri suggerire.

In primo luogo, il fatto che la normalità, e conseguentemente la devianza, si costituiscano solo in rapporto alla loro definizione sociale ha un’immediata conseguenza: nessun comportamento è di per sé deviante e ciò che appare tale in un certo contesto sociale o momento storico può non esserlo in altri tempi e luoghi. Il fatto che un certo atto possa apparire “normale” a chi lo compie non ne abolisce il carattere deviante, se così lo definiscono i canoni socialmente costituiti.

In secondo luogo, quando parliamo di “norme sociali” ci riferiamo a una pluralità di regole di condotta, differenti per tipo di legittimazione e grado di obbligatorietà.

L’esistenza di norme diverse per contenuto e tipologia pone problemi di “giurisdizione” tra le une e le altre norme. Le usanze e i costumi morali non sono ugualmente praticati all’interno della società da tutti i membri, mentre le norme giuridiche, emanate dallo Stato, valgono in modo indifferenziato per tutti gli individui.

 


La sociologia di fronte alla devianza

Nella seconda metà dell’Ottocento, in piena cultura positivista, il criminologo Cesare Lombroso (1835–1909) ipotizzò addirittura un’origine biologica della 

devianza e arrivò a sostenere che i criminali fossero identificabili attraverso precise caratteristiche fisiche, come ad esempio la forma del cranio. La specificità di un approccio sociologico alla devianza è data dal tentativo di mettere in correlazione l’insorgenza di condotte devianti non già con particolari fattori individuali.

È all’interno della Scuola di Chicago che nascono i primi studi sul fenomeno della devianza. Nelle opere The Hobo (1923) di Nels Anderson, The Gang (1927) di Fredric Thrasher e The Professional Thief (1937) di Edwin Sutherland, la condotta deviante viene vista come il prodotto di una particolare subcultura, cioè di un complesso di idee, valori, modelli di comportamento e linguaggi elaborato da un certo gruppo, all’interno del quale l’individuo compie un percorso di socializzazione. I sociologi di Chicago, inoltre, studiarono il rapporto tra le diverse comunità devianti e la configurazione spaziale della vita urbana, mostrando come esse tendessero maggiormente a proliferare in certe aree territoriali piuttosto che in altre, precisamente in quelle dove era più alta la disorganizzazione sociale, cioè dove era più debole l’influsso delle norme della società statunitense convenzionale.

 

Merton, la devianza come divario tra mezzi e fini sociali


Merton parte dalla constatazione che, all’interno della società, esiste un divario tra gli scopi che vengono proposti ai membri della società stessa e i 

mezzi effettivamente disponibili per conseguirli.

Merton è consapevole che non tutte le persone che avvertono questo scarto mettono in atto comportamenti devianti; esistono infatti, secondo lo studioso, altre possibilità di reazione individuale a questo divario tra mezzi e fini sociali:

  • il conformismo
  • il ritualismo
  • la rinuncia
  • la ribellione


La teoria di Merton è stata accettata e ripresa da altri studiosi. I devianti non appartengono a queste categorie sociali; com’è facilmente constatabile dalla semplice lettura di un quotidiano, i reati e le attività socialmente deprecabili sono “trasversali” a tutte le fasce di popolazioni.

 

Uno sguardo sulla devianza

Edwin Lemert (1912–1996), Erving Goffman (1922–1982) e Howard Becker 
(1928), propongono un’opera, conosciuta con il nome di labeling theory, ovvero “teoria dell’etichettamento”. 
Il nocciolo di questa prospettiva può riassumersi così: la devianza non è un attributo di determinati gruppi o individui, ma una condizione che i viene a creare in seguito a determinati meccanismi di attribuzione e definizione delle situazioni. 
La “definizione sociale” della devianza opera a più livelli.
  • In primo luogo, come abbiamo già osservato inizialmente, la “definizione sociale” della devianza precisa ciò che dev’essere ritenuto lecito o normale.
  • In secondo luogo, la “definizione sociale” della devianza circoscrive la situazione che si crea quando la norma socialmente stabilita viene infrante da un certo comportamento.


 


Lemert esprime un concetto analogo distinguendo tra devianza primaria e devianza secondaria. Il meccanismo è ben riassunto dallo schema seguente:
  1. Trasgressione della norma
  2. Etichettamento sociale
  3. Sviluppo di abitudini, convinzioni e motivazioni che rafforzano la condotta deviante
  4. Devianza secondaria

 

A queste osservazioni si potrebbe obiettare che anche l’insorger
e della devianza primaria esige una spiegazione e che la teoria dell’etichettamento non chiarisce nulla in merito.

In secondo luogo, perché l’analisi delle carriere devianti mostra che vere e proprie motivazioni si sviluppano solo dopo che l’attività deviante si è consolidata.

Bisogna inoltre considerare che l’opera di etichettamento non è indipendente da variabili socio-ambientali.


Bisogna infine osservare che il percorso verso la devianza secondaria viene spesso alimentato proprio da quelle strutture sociali che dovrebbero correggerla o prevenirla: carceri e riformatori sovente non aiutano l’individuo a rientrare sulla strada della legalità, ma lo imprigionano in un’identità ormai compromessa, che ne rende problematico il reinserimento sociale.


Che cos’è la devianza?

-       La devianza si configura come la forma più acuta di conflittualità sociale. Con il termine “devianza” i sociologi indicano ogni comportamento che “devia” (cioè che si allontana) dalle norme socialmente stabilite. 

 

 Perché non esistono comportamenti devianti “in assoluto”?

-       Il concetto di devianza, tuttavia, è più problematico di quanto la sua spiegazione sembri suggerire.

In primo luogo, il fatto che la normalità, e conseguentemente la devianza, si costituiscano solo in rapporto alla loro definizione sociale ha un’immediata conseguenza: nessun comportamento è di per sé deviante e ciò che appare tale in un certo contesto sociale o momento storico può non esserlo in altri tempi e luoghi. Il fatto che un certo atto possa apparire “normale” a chi lo compie non ne abolisce il carattere deviante, se così lo definiscono i canoni socialmente costituiti.

In secondo luogo, quando parliamo di “norme sociali” ci riferiamo a una pluralità di regole di condotta, differenti per tipo di legittimazione e grado di obbligatorietà.

 

Qual è la specificità dell’approccio sociologico alla devianza?

  • La specificità di un approccio sociologico alla devianza è data dal tentativo di mettere in correlazione l’insorgenza di condotte devianti non già con particolari fattori individuali.

 

In cosa consiste la labelling theory ?

  • Il nocciolo di questa prospettiva può riassumersi così: la devianza non è un attributo di determinati gruppi o individui, ma una condizione che i viene a creare in seguito a determinati meccanismi di attribuzione e definizione delle situazioni. La “definizione sociale” della devianza opera a più livelli. In primo luogo, come abbiamo già osservato inizialmente, la “definizione sociale” della devianza precisa ciò che dev’essere ritenuto lecito o normale. In secondo luogo, la “definizione sociale” della devianza circoscrive la situazione che si crea quando la norma socialmente stabilita viene infrante da un certo comportamento.

domenica 27 dicembre 2020

Stratificazione sociale nella società contemporanea

L’analisi di Marx appare da rivedere in alcuni suoi aspetti. Ciò che oggi appare discutibile è soprattutto il giudizio dello studioso tedesco sul destino delle classi nel futuro della società industriale. L’evoluzione è stata ben diversa. È aumentata la consistenza numerica delle cosiddette “classi medie”.

 

Le classi medie

L’espressione “classi medie” o “ceti medi” indica la particolare collocazione nella società di una certa fascia di popolazione, intermedia tra l’alta borghesia e la classe operaia.

L’economista Paolo Syl
os Labini (1920 – 2005) mette in evidenza la scarsa omogeneità dei ceti medi. Essi comprendono gli appartenenti sia della piccola borghesia autonoma, sia al variegato campo della piccola borghesia impiegatizia, sia ad altre categorie particolari. Per questa sua eterogeneità la fascia delle classi medie si presenta sostanzialmente ambigua senza scopi o interessi sociali comuni, sprovvista di un codice sicuro e unitario di valori e pertanto imprevedibile dal punto di vista della condotta sociale.

Un quadro abbastanza spietato del mondo delle classi medie ci è offerto da Charles Wright Mills (1916 – 1962) con “White collars”, “colletti bianchi” (1951) in cui l’autore designa quelle categorie professionali che l’espansione della burocrazia pubblica e privata ha posto come cuscinetto tra la borghesia imprenditoriale e gli operai salariati (blue collars): impiegati, insegnanti, professionisti stipendiati. 

I colletti bianchi accettano passivamente i modelli culturali della società di massa.

Un altro aspetto porta necessariamente a rivedere le tesi “classiche” sulla stratificazione sociale: il generale aumento di benessere che si è verificato nelle società industriali.

Proprio la sfera dei consumi è quella in cui si assiste a un livellamento, almeno apparente delle differenze sociali.

 

Disuguaglianze sociali

Le statistiche rivelano che chi nasce in una posizione sociale meno privilegiata e con un reddito più basso non ha le stesse opportunità di chi appartiene alle fasce più alte della società.

Chi appartiene a un livello più alto ha in genere anche maggiori probabilità di raggiungere un elevato livello di istruzione e comunque di superare le difficoltà incontrate nello studio, grazie a un ambiente familiare ricco di stimoli e strumenti culturali. 

 

 

Nuove dinamiche di stratificazione

Le comunità immigrate vengono ancora spesso concepite come gruppi sociali a sé la cui collocazione supera le tradizionali linee di demarcazione tra le classi: precari per posizione giuridica, con uno status professionale modesto, separati dal resto della popolazione. 

Il meccanismo che può scattare in questa situazione è quello ci una sorta di “compensazione di status”.

La compensazione di status riguarda anche altre forme di disuguaglianza sociale, come quelle relative al sesso. A questo proposito gli studiosi di riferimento o con lo status di altri individui o gruppi incidono in modo negativo e decisivo sul giudizio che le persone si informano sulla propria posizione sociale.

 

Nuove forme di povertà

L’immagine del “povero” che si affaccia sulla nostra mente di fronte a domande di questo genere è probabile quella di una persona in condizioni di estrema indigenza, con difficoltà a procacciarsi i beni e i servizi necessari per sopravvivere o quantomeno per condurre un’esistenza umanamente dignitosa. 

La povertà assoluta, definibile come mancanza delle risorse per soddisfare i bisogni umani fondamentali.

Charles Booth (1840 – 1916) e Seebohm Rowntree (1871 – 1954) condussero separatamente due studi sulla popolazione di Londra e York, da cui emerse che circa 1/3 degli abitanti di queste città viveva in condizioni di oggettiva povertà.

Il concetto di povertà relativa è stato introdotto dal sociologo inglese Peter Townsend (1928 – 2009) a partire dagli anni Sessanta del Novecento. In base a questa prospettiva si definisce povero chi, pur potendo soddisfare i bisogni di base, manca delle risorse per raggiungere quelle condizioni che sono abituali o prevalenti, o almeno incoraggiate, nella società di appartenenza. 

 

Fenomenologia dei “nuovi poveri”

Il concetto di povertà relativa ci permette di identificare nelle moderne società industrializzate una categoria di persone che possiamo definire “nuovi poveri”.

Tra i fattori più significativi associati alla condizione di povertà ci sono l’elevato numero di figli, la presenza almeno un anziano nel nucleo famigliare, la mancanza di uno dei genitori. Questi dati evidenziano una carenza profonda del Welfare State. La povertà relativa ha un’alta incidenza anche presso gli anziani soli, soprattutto se donne.

Una condizione tipica del nostro tempo, legata a fenomeni come la precarizzazione del lavoro e le frequenti rotture dei nuclei famigliari, è la cosiddetta “povertà fluttuante”. La perdita imprevista dell’occupazione, un divorzio o un abbandono da parte del partner possono esporre le persone, le donne in particolare, a situazioni di improvvisa povertà.

 

Mobilità sociale

L’articolazione della società in classi implica per gli individui la possibilità di passare da una classe sociale all’altra, riassunta in mobilità discendente o ascendente. 

La mobilità ascendente è preclusa per principio nelle società divise in caste, come quella indiana, in cui la nascita “inchioda” le persone a una posizione sociale immutabile fino alla morte. 

Nel mono occidentale la stratificazione coesiste con la possibilità, teoricamente illimitata, di avanzare all’interno della scala sociale, evento realizzabile nell’arco della vita individuale oppure nello spazio di più generazioni.

La mobilità assoluta, data dal numero complessivo di persone che si spostano da una posizione sociale ad un’altra, e mobilità relativa, che consiste nel grado di uguaglianza delle possibilità di ciascuno di migliorare la propria posizione.

Può accadere, inoltre, che lo spostamento riguardi soltanto posizioni sociali contigue, rivelando invece percentuali modeste relative alla “mobilità a lungo termine”.

 

 

I concetti chiave della ricerca

Le teorie e le ipotesi Ci sono due tipi di teorie: una supposizione non basata sulle osservazioni è conosciuta come congettura, mentre se è ...